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L'Unità (23.33)
La giunta militare che governa la Birmania ha rilasciato 80 monaci buddhisti di quelli arrestati durante le manifestazioni di protesta delle scorse settimane. Lo ha annunciato alla Reuters uno dei monaci liberati, che denuncia «abusi verbali», ma non fisici. Tuttavia, nelle stesse ore in cui l'inviato dell'Onu in Birmania, Ibrahim Gambari, ha condotto il suo difficile tentativo di mediazione tra la giunta birmana e l'opposizione al regime militare, sono emerse nuove notizie sull'esistenza nel Paese di veri e propri gulag, dove sarebbero stati rinchiusi migliaia di cittadini, secondo quanto riferisce il quotidiano "Times".
L'ex sede dell'Istituto di Tecnologia del governo sarebbe stata trasformata in un gulag segreto, dove sarebbero stati richiusi e vessati migliaia di manifestanti e monaci buddhisti scomparsi.
Tuttavia, nelle stesse ore in cui l'inviato dell'Onu in Birmania, Ibrahim Gambari, ha condotto il suo difficile tentativo di mediazione tra la giunta birmana e l'opposizione al regime militare, sono emerse nuove notizie sull'esistenza nel Paese di veri e propri gulag, dove sarebbero stati rinchiusi migliaia di cittadini, secondo quanto riferisce il quotidiano "Times". L'ex sede dell'Istituto di Tecnologia del governo sarebbe stata trasformata in un gulag segreto, dove sarebbero stati richiusi e vessati migliaia di manifestanti e monaci buddhisti scomparsi.
Secondo fonti della diplomazia occidentale e del governo birmano, l'Istituto di Tecnologia sarebbe diventato un campo di concentramento per almeno mille e 700 vittime dell'ultima repressione voluta dalla giunta militare al potere al fine di soffocare i ripetuti appelli per la democrazia.
L'esistenza del gulag, riferisce il quotidiano britannico, rappresenterebbe anche una risposta alle domande sulla sorte di migliaia di monaci, attivisti per la democrazia e giornalisti la cui scomparsa è stata denunciata da tempo ed è diventata sempre più sospetta.
Ma nonostante l'attenzione della comunità internazionale alla drammatica situazione in Birmania, ricorda ancora il Times, la dura repressione imposta dalla giunta al potere resta priva di documentazione certa. Allo stato attuale gli unici dati ufficiali parlano infatti di 13 persone uccise. Un bilancio chiaramente diverso da quello supposto da fonti occidentali. «Pensiamo che almeno 30 persone siano state uccise e mille 400 arrestate», ha detto il ministro degli Esteri australiano, Alexander Downer. «Si tratta di un regime brutale, lo abbiamo visto al lavoro nei giorni scorsi», ha aggiunto.03 ottobre, 2007
le immagini dei brutali interventi della polizia ...
sul sito della CNN il video
29 settembre, 2007
Intervista a giornalista birmano: i soldati rifiutano di sparare sui monaci
di Cristina Balotelli (Il Sole 24 ore)
Radio Voce Democratica della Birmania, che trasmette da Oslo notizie raccolte da un gruppo di giornalisti birmani in esilio, racconta di soldati che avrebbero riposto le armi e si sarebbero inginocchiati in segno di rispetto davanti ai monaci a Mandalay. Mue Awe è caporedattore di Radio Voce Democratica della Birmania, da undici anni in esilio, otto dei quali in Norvegia. Lo abbiamo intervistato.
Arrivano notizie di profonde divisioni tra i generali sull'uso della forza contro i monaci. Voi cosa sapete?
Da quel che ci risulta è accaduto a Mandalay, seconda città del Paese. I generali hanno ordinato di sparare contro i dimostranti, ma la Divisione n.33 dell'Esercito si è rifiutata di sparare.
Quali sono le vostre fonti?
Fonti locali e testimoni oculari.
Sa se la stessa cosa è accaduta anche nell'ex capitale, Rangoon?
Sì, è accaduto anche a Rangoon, ma qui si è trattato della Divisione n. 6 dell'Esercito. Anche loro si sono rifiutati di aprire il fuoco contro i manifestanti.
Lei come commenta questi episodi?
I dimostranti non sono terroristi, non sono criminali, non sono stupratori. Sono gente comune e monaci che stanno manifestando pacificamente. I soldati hanno capito che se sparano contro questa gente commettono il peggior crimine al mondo. Penso che abbiano capito che non devono colpire la loro gente.
E' probabile che sia in atto uno scontro tra i militari al potere?
Sì, lo penso, perché stanno sparando ai monaci, ma i monaci sono la forza spirituale di una società buddista come la nostra. E ucciderli è inaccettabile anche per alcuni generali, che sono buddisti.
Quindi è in atto una sorta di scontro morale?
Sì, uno scontro morale tra di loro, perché è inaccettabile picchiare o sparare a dei monaci, che in Birmania sono considerati intoccabili.
La vostra emittente, Radio Voce Democratica della Birmania, ha inoltre riportato la notizia di alcuni soldati che si sarebbero inginocchiati di fronte ai monaci. Conferma?
Sì, è successo a Mandalay: i soldati della trentatreesima Divisione hanno riposto le armi, si sono inginocchiati per devozione davanti ai monaci e hanno anche pianto.
Hanno pianto?
Sì, hanno pianto.
L'avete saputo da testimoni oculari?
Sì, abbiamo intervistato testimoni locali che hanno visto con i propri occhi. Ce lo hanno confermato ed erano contenti di avere assistito a queste scene.
Cosa ne pensa delle iniziative a sostegno della protesta che si svolgono in altri Paesi, tra i quali l'Italia, come quella di indossare vestiti del colore delle tuniche dei monaci birmani?
E' senz'altro incoraggiante per il popolo birmano e per i monaci. La gente che abbiamo intervistato si è detta contenta di questo sostegno e ha promesso che continuerà a lottare contro il regime militare. Penso quindi che sia un messaggio incoraggiante. La gente ha capito che la comunità internazionale si sta interessando, ecco perché fa di tutto per inviare messaggi, notizie, foto, video, in modo da far sapere all'esterno cosa accade veramente in Birmania.
E' rischioso però...
Sì, ma anche se non facessero nulla sarebbero comunque arrestati o picchiati. E' accaduto. Anche se se ne stanno tranquilli a casa loro possono essere arrestati. Perciò hanno capito che è importante fare qualcosa.
Dalle sue fonti ha avuto notizie di San Suu Kyi?
Qualcuno dice che è stata portata nel carcere di Insen, qualcun'altro che è a casa. C'è confusione. Non saprei dire dove sia al momento .
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Stando alle prime testimonianze, la polizia ha sparato in aria colpi di avvertimento e fatto uso di lacrimogeni. Poi, colpendo i propri scudi con i bastoni e urlando di allontanarsi, gli agenti hanno inseguito alcuni monaci e le 200 persone scese in piazza al loro fianco. Alcune persone sono cadute a terra nella confusione.
Il segretario generale del Consiglio dell’Unione birmana ha riferito a Cecilia Brighi, responsabile del Dipartimento esteri della Cisl, che anche «un altro monaco e una monaca sarebbero rimasti feriti».
I gravi incidenti sono avvenuti nei pressi dello stesso luogo di culto da cui era partita anche la “rivolta degli studenti” nel 1988. La polizia ha effettuato almeno 100 arresti. Da New York, intanto, dove è in corso l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, si susseguono gli appelli alla giunta militare affinché usi moderazione e si minacciano nuove sanzioni contro Myanmar.
Sempre venerdì anche l'Unione europea si è detta pronta ad inasprire le sanzioni se il regime birmano avesse dovuto reprimere con la forza le manifestazioni. Ma l’ultima notizia è che la morsa si stringe su Myanmar: la giunta militare avrebbe, addirittura, rallentato da mercoledì la velocità di connessione al web nel Paese, mentre gran parte degli Internet café a Saigon sono chiusi.
26 settembre, 2007
Come monaco buddhista, faccio appello ai membri del regime militare che credono nel Buddhismo affinché agiscano in accordo con il sacro Dharma, nello spirito di compassione e di nonviolenza.
23 settembre 2007-09-30 - Pubblicato il 26 settembre 2007, traduzione dal testo inglese che compare sul sito ufficiale del Dalai Lama (www.dalailama.com)