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| I quattordici partecipanti che hanno iniziato lo Sciopero della fame |
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![]() Ven. Gelek Gyatso Yougang, monk, 34 |
![]() Ven. Tsondue Gyatso Naknya, monk, 35 |
PassangDorjee, male, 26 |
![]() Tsering Norzom, female, 67 |
![]() Jamyang Yeshi, male, 33 |
![]() Tsewang Dhargyal, male, 65 |
![]() Kesang Youdon, female, 53 |
![]() Lobsang, male, 75 |
![]() Kalsang Dawa, male, 53 |
![]() Nyima Tsering, male, 31 |
![]() Karma Sonam, male, 61 |
![]() Tashi Thondu, male, 73 |
![]() Tashi Wangdue, male, 54 |
![]() Dawa Tsering, male, 66 |
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Marilia Bellaterra
Riflessioni e commenti
di Giovanni Vuono
Il Tibetan Youth Congress, parte politica più attiva e più agguerrita dei tibetani in esilio, ha indetto, a partire dall’8 Luglio uno sciopero della fame a oltranza che si sta svolgendo a Jantar Mantar, New Delhi.
L’iniziativa ha come protagonisti un gruppo di 14 tibetani di età compresa tra i 26 e i 73 anni che vivono in esilio e provengono da diverse parti dell’India. Si tratta di 2 monaci e 12 laici, tra cui anche 2 donne. Tutti sono quanto mai decisi a portare avanti lo sciopero fino alla conseguenza più estrema e, quindi, a sacrificare la propria vita per attirare l’attenzione dei media e della pubblica opinione sulla questione che riguarda il popolo tibetano.
Sono più di 50 anni che il Tibet è occupato anche con violenza da parte della Cina.
Il Dalai Lama capo spirituale e politico e oltre 150.000 tibetani sono costretti all’esilio.
Il danno che ha subito la millenaria cultura tibetana è incalcolabile come anche irreparabile è la devastazione ambientale del territorio con conseguenze disastrose che riguardano una vastissima parte del continente asiatico.
A nulla sono valsi i molti sforzi di mediazione con delegazioni ufficiali che si sono più volte recate anche a Pechino. A nulla sembra valere la sofferta dichiarazione di formale rinuncia all’indipendenza in favore di una genuina autonomia da parte del governo in esilio. A nulla sono finora serviti i gesti di solidarietà da parte delle organizzazioni di supporto e di simpatizzanti di tutto il mondo se non a diffondere notizie e testimonianze su quanto è avvenuto e quanto, purtroppo ancora oggi, avviene al di là dell’Himalaya.
Ma il dato più triste è che, il mondo politico internazionale, quello che conta per intenderci e che è pronto a ergersi come baluardo della difesa e della salvaguardia dei diritti umani, quel mondo occidentale ricco che sbandiera progresso e solidarietà, che condanna i regimi e i dittatori, ebbene, quel mondo fatto di Grande Europa e Grandi Stati Uniti e di Grandi Governi, quel Grande Mondo tace.
Anzi quel mondo condivide con la Cina interessi e business che non possono essere disturbati da una piccola e insignificante questione che ha visto il piccolo
Anzi, alla faccia dei diritti umani, questi Grandi Paesi hanno deciso di assegnare e di fare svolgere a Pechino le Olimpiadi del 2008, i giochi simbolo della pace e del rispetto tra i popoli e di fare da sponda per contribuire a costruire quella falsa immagine di una Cina moderna e libera.
La protesta organizzata a New Delhi da parte del TYC rientra in un programma di mobilitazione di massa e di sensibilizzazione proprio in vista dei Giochi Olimpici di Pechino del 2008.
I Tibetani che mettono a repentaglio la loro salute e la loro vita in questo sciopero della fame meritano sicuramente tutta la solidarietà e l’appoggio possibile affinché questo sforzo sia utile e significativo. In un mese ormai di sciopero, numerose sono state le visite, le testimonianze e le dichiarazioni di supporto che il sito del TYC quotidianamente documenta con resoconti fotografici e video.
Importanti personalità indiane e tibetane della politica e della cultura si sono recate dagli scioperanti e hanno confermato tutto il loro appoggio. Numerosi messaggi di solidarietà arrivano da ogni parte del mondo con dichiarazioni di simpatia e di sostegno.
A cosa servirà questo sciopero? E’ presto per dirlo.
Ci sono stati tanti Tibetani che per protesta si sono sacrificati e sono arrivati a darsi alle fiamme e ci sono stati altri scioperi della fame.
Risultati utili non se ne sono visti.
Intanto la notizia di questo sciopero circola poco.
L’informazione occidentale tace e non è difficile pensare che subisce la solita pressione e il solito ricatto del governo cinese. Non sarebbe male che però qualche politico, anche di casa nostra, magari membro di qualche Grande Governo, pronto a farsi fotografare a fianco del Dalai Lama (che fa molto immagine) e a dichiararsi sostenitore della pace e dei diritti umani, spendesse qualche parolina a proposito e spingesse i media a parlarne.
In conclusione due cose: una provocazione e una proposta.
Come sarebbe se lo sciopero della fame a favore della questione tibetana non lo facessero dei tibetani ma un po’ di rappresentanti dei tanti gruppi interparlamentari pro-Tibet? Sarebbe una bella prova di vero interesse per la questione.
Ma non sarebbe male nemmeno se i protagonisti fossero dei supporters occidentali di diversa nazionalità. Qualche notizia in più circolerebbe di sicuro.